Le cattive abitudini delle PA sui social media

bacchettate sulle maniLe cattive abitudini dei dipendenti pubblici a volte ricadono anche nella gestione dei social media.

Quante volte i testi pubblicati sui social media cominciano con “Vista la…”, “Considerato che…”, “In osservanza con…”. Tali incipit sono classici dei testi burocratici, ma sono la negazione assoluta del linguaggio colloquiale da preferire sugli account. Usare frasi più semplici per descrivere le ragioni di un atto della PA non vuol dire ridurre la professionalità di chi lo scrive. Non vuol dire neanche che sia meno attendibile.

Molti dei testi dei post o peggio dei tweet, sono copiati pari pari con i testi dei comunicati stampa. Dimenticando che la sintassi dei social media è diversa da quella degli articoli dei giornali.

L’uso smodato di rimandi ai siti istituzionali porta ad una inevitabile sotto esposizione dei messaggi prodotti. In particolare è Facebook che penalizza l’uso dei link esterni. Almeno inserite una foto direttamente nel post e aggiungete il link esterno successivamente.

L’uso del tu nel rapporto con gli utenti dei social media è sicuramente da preferire. Anche se è un account istituzionale, non bisogna dimenticare che l’interazione è sempre meno formale che ad uno sportello.

Evitare di scrivere un tweet che rimanda al post di Facebook e viceversa. La fatica è maggiore ma la sintassi dei due strumenti è notoriamente diversa, come sono spesso diversi gli utilizzatori preferenziali.

Bisogna cercare di arricchire i post e i tweet con foro e video e di non redigere testi troppo lunghi. Nelle pubbliche amministrazioni questa è la consuetudine ma il mezzo impone degli aggiustamenti ai modi di scrivere.

Infine bisogna cercare di no rimandare ad un testo di un pdf, sistema universale ma di difficile lettura su di un dispositivo mobile. Il 70/80% dei cittadini collegati agli account istituzionali utilizza questo strumento informatico.

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