Carta d’Identità Elettronica (CIE): innovazione o inutile gadget?

Se ne era parlato dal sequestro dell’On. Moro (1978). Si voleva ridurre la possibilità di falsificazione dei documenti e aumentare la riconoscibilità delle persone. Poi un lungo periodo di rilanci e rallentamenti delle procedure per l’attivazione del sistema. Infine nel 2000 sembra tutto pronto. Parte la sperimentazione in più di 150 comuni italiani. Vengono acquisite esperienze significative con migliaia di carte prodotte.

Prima questione da segnalare. Viene decisa una tipologia del prodotto decisamente ridondante. La CIE contiene sia una chip di memorizzazione che una banda magnetica, sempre per l’immagazzinamento dei dati personali. Il massimo della tecnologia dell’epoca. Perché un doppio sistema di memorizzazione? Difficile da capire. L’unica cosa certa è il costo della banda magnetica e quindi della carta. Conseguenza anche della produzione, della stessa banda,  in monopolio da una ditta americana.

Di fatto il processo di distribuzione va avanti. Si riducono i comuni grandi che rilasciano la CIE e aumentano le piccole amministrazioni. Le carte rilasciate diventano alcuni milioni. In tutto questo si inserisce una “guerra” legale tra Finmeccanica e Poligrafico, struttura diventata depositaria della produzione delle CIE su larga scala. Tale “battaglia” blocca la produzione e quindi la distribuzione delle carte.

La data di soglia per il definitivo varo del sistema sembrava essere il 1 gennaio 2006. Da quel momento in poi le CIE avrebbero dovuto sostituire le carte d’identità tradizionali. Nel frattempo si decide la fine della sperimentazione con la definizione di un costo specifico per le CIE. Dai 5 euro per una carta tradizionale, si passa a 20 euro. Ricordate la ridondante banda magnetica? Senza di essa il costo sarebbe probabilmente ridotto.

Ma il sistema non è pronto. Non ci sono le strutture e le procedure per avviare la distribuzione di massa su tutto il territorio nazionale. Di rinvio in rinvio siamo arrivati al 2011 senza che siano state sostituite le carte tradizionali da quelle elettroniche.

Ma veniamo alla domanda più importante. Perché sostituire le carte d’identità tradizionali con quelle elettroniche? Dall’idea originaria, avere più difficoltà a falsificarle, si è passati alla ricerca di un sistema integrato di gestione dei dati personali. Si era fantasticato d’immagazzinare sulla CIE anche dati personali relativi alla salute. Per fare questo sarebbe servito che i sistemi informatici del Ministero degli Interni e delle Asl fossero integrabili. Di fatto nessuno vuole rinunciare alle sue prerogative e i sistemi non sono integrabili.

Si era pensato di usare la CIE come chiave, “key”, per la gestione di accessi informatici riservati. La posta elettronica certificata (PEC) poteva basarsi sul chip della CEI. Il massimo che è stato ottenuto e una PEC in formato ridotto che serve soltanto per far comunicare cittadini con pubbliche amministrazioni. Le PEC vere sono gestite da privati e usano chip proprietari, distribuiti dalle stesse società.

Si era pensato di usarle come terminale  di riconoscimento personale sicuro da usare in un qualsiasi sportello sul territorio. Ho visto personalmente invecchiare e arrugginire i “totem” destinati a tal fine, senza che entrassero mai in funzione.

Insomma sono state distribuite milioni di carte elettroniche e molte di più saranno aggiunte. Non serviranno a molto. Saranno soltanto un altro inutile e costoso gadget.

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